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lunedì, Aprile 19, 2021

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la gestione del PD di Zingaretti.

E’ ora di affrontare seriamente ed approfonditamente le critiche dei renziani alla gestione del PD di Zingaretti. La prima, la più ripetuta e generalizzata, sta nell’alleanza con i 5 stelle e la conseguente leadership affidata a Conte. Quello che questa critica non fa emergere è quale avrebbe dovuto essere l’alternativa a questa scelta, visto che si respinge il ricorso alle urne e che per avere un governo serve una maggioranza, inesistente, quando fu operata la scelta, senza i 5 stelle partito di maggioranza relativa. L’alternativa l’avrebbe resa evidente l’esito dello scontro tra Renzi e Conte, cioè il governo di unità nazionale emerso dalla crisi. Tuttavia è un’alternativa ex post, che nessuno avrebbe potuto nemmeno immaginare a partire dall’inizio della crisi senza la giravolta di 180° di Salvini, di cui non esistevano segni premonitori e neanche avrebbe potuto essere incentivata da una iniziativa PD verso la Lega, visto poi che era proprio l’alleanza con la Lega e i suoi effetti che venivano imputati ai 5 stelle per chiederne l’isolamento politico ad ogni costo. Dunque era una scelta sostanzialmente obbligata quando si è prodotta, tant’è che è stata propiziata dallo stesso Renzi, e non può essere la colpa originale del governo Conte. Ma questo è un giudizio che riguarda il passato e la critica fa riferimento ad una strategica alleanza con i 5 stelle anche per il futuro, prodotta dalla scelta, rivelatasi perdente, di appoggiare fino alla fine e senza proposte alternative il governo Conte. Ma questo “errore”, che i fatti avrebbero dimostrato tale, ancora una volta non indica quale dovrebbe essere l’alternativa o almeno non spiega perché questa alternativa sarebbe strategica e vincente. Poniamo infatti che l’alternativa risieda in una alleanza strategica che sostituisca i 5 stelle con i partiti europeisti di centro. E’ una scelta che non fa i conti con il ristretto consenso dei potenziali alleati di centro moderato. Una mancanza di appeal elettorale che ha provocato la totale debacle del tentativo macroniano di Italia Viva. Un ristretto consenso poi che appare effetto globale della crisi economica, già manifestatosi con l’impopolarità del governo Monti, il declino universale del moderatismo neoliberale di tutti i partiti socialdemocratici e perfino in USA, con la sconfitta della Clinton con la chiusura politica operata alla sua sinistra. Dovunque invece si assiste alla crescita di alternative di sinistra ed ecologiche che riempiono il vuoto di consensi lasciato dal centro. In USA hanno provocato la sconfitta di Trump, con l’alleanza con lo SDA prima considerata controproducente dalla perdente Clinton. Si può obbiettare che Francia e Italia facciano eccezione per il grande successo di centro di Macron e per l’irrilevanza di fatto di movimenti e partitini alla sinistra del PD. Tuttavia in Francia si è realizzato il suicidio delle sinistre con il tradimento di tutte le promesse elettorali di Hollande da un lato e una sorta di estremismo sovranista della sinistra radicale dall’altro. In Italia invece la svolta di Zingaretti sembrava una sconfessione delle precedenti scelte neoliberali ed una promessa di svolta a sinistra del PD stesso, che rendeva inutili tutti i partiti alla sua sinistra, mentre Italia Viva risultava del tutto isolata e senza consensi reali. L’impraticabilità di un allargamento del PD verso il centro non dimostra però che fosse praticabile e auspicabile un’alleanza con i 5 stelle, data la natura degli stessi 5 stelle. La controversa natura dei 5 stelle diventa allora il cuore della critica a Zingaretti e alla alleanza da lui scelta, senza che si possa seriamente dare un qualche peso politico reale ai reciproci insulti delle campagne elettorali. E’ un fatto comunque la popolarità di Conte a fronte della discesa agli inferi di chi lo ha combattuto fino in fondo, un fatto difficile da ignorare al momento di scegliere una politica delle alleanze. Ma qui ritorna il problema della natura dei 5 stelle e soprattutto della natura della sua base elettorale, riferimento certamente più importante che al suo gruppo dirigente. Base elettorale e gruppo dirigente 5 stelle sono risultati compositi e di natura apparentemente incomponilbile, se non con il rifiuto antipolitico di tutto l’orizzonte politico esistente. I 5 stelle hanno mostrato la convivenza al suo interno di una destra in qualche modo omogenea al sovranismo delle altre destre e di una sinistra fatta di transfughi delusi dall’ideologismo identitario, esasperato e inconcludente della sinistra radicale e dalla rimozione del PD neoliberista di tutte le protezioni sociali di cui una sinistra al governo avrebbe dovuto essere garante. La crisi e la frammentazione dei 5 stelle sembra risolvere da sola il problema della doppia natura dei 5 stelle, mentre il governo Conte ha dimostrato la possibilità di un accordo di governo stabile tra PD e la componente di sinistra 5 stelle irriducibilmente delusa dal PD. Un accordo che sembra mostrare indubbi vantaggi per il PD, cioè il recupero progressivo dei suoi fuoriusciti verso gli stessi 5 stelle da un lato e dei fuoriusciti o astenuti a sinistra del PD, quello che appare l’unico campo largo possibile per il PD e l’unica prospettiva di crescita senza alternative al momento credibili del PD stesso. Restano infine le critiche caratteriali alla persona Zingaretti e alla natura di un partito fatto di correnti di potere più che di correnti ideali e culturali. In realtà sembrano le critiche di una corrente interna al PD che rischia di essere travolta dai fallimenti dei suoi sodali esterni di centro, senza che nemmeno abbia una proposta strutturale, che elimini le correnti del PD cambiandone la natura, che non sia la scelta del leader giusto che con pugno di ferro si dimostri in grado di porre fine alla confusione, esternalizzando critiche e malesseri del partito sul modello operativo di Renzi segretario. Con ogni evidenza questa non è né una politica delle alleanze alternativa a quella scelta dal PD, né una cura delle carenze statutarie dello stesso PD.

Francesco Pirrone

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